Il fattore UOMO

La maggiore causa in assoluto degli incidenti stradali è l’errore umano del conducente.

Ne consegue che nella ricostruzione e nell’analisi del sinistro mirata ad individuarne le cause rimane basilare la conoscenza di ogni tipo di veicolo circolante, non solo quella tecnico-teorica ma anche e specialmente quella pratica delle sue modalità d’uso, ovvero di guida.

Infatti, con quali cognizioni di causa il ricostruttore non abilitato alla conduzione delle moto può ricostruire, valutare e individuare le cause di un sinistro in cui è coinvolto un motociclista quando lui stesso, per propria specifica inesperienza, non conosce le difficoltà e le insidie intrinseche alla guida di questi veicoli ?

La stessa domanda va ripetuta in ogni altro tipo di sinistro, per ogni altra categoria veicolare: in modo particolare quando ad essere coinvolti sono i mezzi pesanti, siano essi adibiti al trasporto professionale delle Persone che delle merci e, ancora più complessi, quando entrano in gioco anche i loro rimorchi, i semirimorchi ed il carico. Per i veicoli pesanti penso infatti alle problematiche legate alla ripartizione del carico gravante su assi e dispositivi d’aggancio nonché sul suo fissaggio e, restando in tema, anche al movimento dei liquidi nelle cisterne. Penso alle problematiche legate ai campi di visuale e di retrovisuale a disposizione dei conducenti professionali che, sui veicoli articolati o con rimorchio, spesso sono decisive al chiarimento dell’evento. Queste responsabilità e nozioni si apprendono solo al volante di questi mezzi.

Conosco un solo iter formativo che permette di acquisire queste cognizioni indiscussamente basilari nell’incidentologia stradale: la Scuola guida fino all’ottenimento della patente in ogni categoria di veicolo di cui si intende parlare analizzandone l’incidente. Ai miei tempi per l’ottenimento della categoria D (autobus) erano richieste almeno 300 ore certificate di guida effettiva con gli autocarri pesanti, ovviamente dopo averne conseguito la patente (cat. C).

Così, l’unico attestato che l’esperto ricostruttore di turno può presentare per dimostrare di possedere realmente tali competenze è la patente di guida. Quanti l’hanno conseguita, mantenuta nel tempo praticando e aggiornandosi, per esempio seguendo la recente formazione CQC, e quanti al momento di accettare l’incarico possono mostrarla ai loro Mandanti? La patente è l’unico “diploma”, difficilmente fasullo, che non ho mai visto appeso al muro di uno studio peritale e che raramente figura nel curriculum vitae di chi si dice specialista della materia: modestia o semplice manco di queste conoscenze?


Nel mio percorso professionale, questo sapere mi è stato almeno altrettanto utile di quello ingegneristico in tecnica automobilistica: direi che l’uno senza l’altro sarebbe stato un sapere monco che non mi avrebbe permesso la necessaria competenza nell’analisi dei sinistri. Questo lo dico rivolto ai giovani che vogliono intraprendere questa strada: quanto potrete apprendere seguendo oltre all’Università anche le Scuole guida, per il nostro operato è tanto immenso quanto insostituibile: non immaginate neppure lontanamente quanto potrete riversare nella vostra professione di quello che avete acquisito personalmente alla guida pratica di ogni mezzo su strada e non immaginate neppure quanto questo vostro ulteriore sapere sarà una delle marce in più della vostra ricostruzione dei sinistri.

Rivolgendo invece lo stesso pensiero ai Colleghi che esercitano senza disporre di tali conoscenze basilari, raccomando solo la consapevolezza di tale propria carenza, l’umiltà che ne deve conseguire e l’astensione dal sostenere al riguardo teorie fantasiose, essendo le stesse frutto di una mente comunque non cognita.


Mi riservo di ritornare su questo argomento parlando di un’altra branca disciplinare che nell’analisi degli incidenti stradali interessa direttamente il fattore UOMO e che mi risulta anch’essa pressoché sconosciuta alla maggioranza dei ricostruttori: la psicologia del traffico.


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